Un romanzo a tinte forti, struggente, destabilizzante e potente.

"Uvaspina" di Monica Acito
“Uvaspina” di Monica Acito

Vedi Napoli poi muori!

Io a Napoli non sono mai stata, ma ho respirato la sua aria, visitato i suoi quartieri, sentito il rumore delle onde del suo mare infrangersi sulle coste della città grazie a “Uvaspina”, il romanzo d’esordio di Monica Acito edito da Bompiani.

Questo libro mi ha destabilizzato, scosso e spaesato. La storia struggente, i personaggi complessi e il costante desiderio d’amore e d’accettazione del protagonista Uvaspina mi hanno colpito nel profondo.

“Uvaspina era nato otto mesi dopo, ed era venuto al mondo con una voglia a forma di chicco d’uva, ma pallido come una luna, sotto l’occhio sinistro”.

Uvaspina ha un nome che lo rappresenta perché, come l’uvaspina viene spremuta per produrre sciroppi e liquori per alleviare alcuni dolori del corpo umano, anche lui è abituato a farsi schiacciare dalle persone che lo circondano.

La sorella Minuccia è una figura terribile, malata e sadica che lo tortura con il suo “strummolo”, una trottola capace di ferire con la sua punta di metallo, vuole umiliarlo e non faro dormire.

La madre Spaiata è una donna abituata a “fottere il prossimo”, a guadagnare soldi piangendo a comando ai funerali. La sua figura è inquietante; dopo aver incastrato il marito non riesce più renderlo felice inducendolo quindi a cercare soddisfazioni al di fuori delle mura domestiche. Sono strazianti le scene di Graziella, la Spaiata, che nonostante il suo “chiagnere” e il suo fingere di morire non riesce a trattenere il marito ma, impressiona i figli, i quali le toccano la pancia per capire se è ancora viva.

Il padre Pasquale Riccio è un uomo arido, fedifrago e senza carattere. Si vergogna di Uvaspina e non fa nulla per comprenderlo. Il suo egoismo e le sue scelte lo rendono una figura negativa e nociva.

“Di solito, il figlio, per lui, aveva la stessa importanza della carta da parati in soggiorno e non si accorgeva se mancava oppure no”.

Antonio, il pescatore dagli occhi né celesti né neri, è colui che fa sentire Uvaspina amato, protetto e compreso ma che come gli altri ha segreti da nascondere e un’anima non trasparente e limpida. Uvaspina con lui prova l’illusione dell’amore e si sente per la prima volta come un uccello, come un gabbiano del porto libero e non in gabbia. Antonio, come gli altri personaggi non è leale e nasconde segreti e misteri.

Uvaspina si muove tra questi personaggi e cercando invano una propria strada. Lui “il femminiello” sembra segretamente orgoglioso di essere considerato diverso, ma al contempo è contento quando non viene messa in dubbio la sua mascolinità.

“Aveva scoperto con un tuffo al cuore che i femminelli erano divinità terrene: certo, divinità di una mitologia fatta di vasci, vicarielli e chiese sconsacrate, ma i cui corpi sapevano muoversi e cambiare, addirittura figliare in un conturbante rito di fecondità…. Lui dai femminielli si sarebbe fatto cullare, si sarebbe fatto cantare la ninna nanna…Avrebbe osservato i loro corpi e poi guardato il suo. Uvaspina, però, la sua pelle non la voleva cambiare, in fondo ci stava bene in quel mucchietto d’ossa bianche er era affezionato al suo essere masculillo”.

Uvaspina è contraddittorio, sospeso tra mito e realtà e con tanti dubbi. Il suo animo è ferito e il suo pianto non viene ascoltato da nessuno. Anche il sesso con Antonio, lo rende uomo, ma non gli garantisce la felicità tanto agognata.

Il mio animo sensibile ha sofferto insieme a lui, che cresce circondato dalla violenza dalla cattiveria e da rapporti famigliari drammatici. Il suo bisogno di non provar paura, di non soccombere e di riscattarsi mi hanno commosso e stretto il cuore. Ho sperato nel riscatto del giovane “femminiello”, in una punizione al male di chi gli sta accanto e nella distruzione dello “strummolo”.

Nel romanzo della Acito le tinte sono forti, tutto è potente. L’alternarsi di luci e ombre, poesia e tragedia rendono le pagine intense e lasciano il lettore senza parole. L’autrice partenopea crea una storia capace di disorientare, stupire e affascinare. A volte rischia di eccedere nel voler scrivere troppo, ma come precisa nella nota finale la stesura di questo libro è stata vissuta in uno stato di grazia terribile e di crudeltà. Acito ci ha messo tanto impegno e soprattutto tutto il suo cuore.

Uvaspina ha fame di felicità e chi può dargli torto.

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