“L’apprendista” di Gian Mario Villalta
L'apprendista di Gian Mario Villalta
L’apprendista di Gian Mario Villalta

“L’apprendista” di Gian Mario Villalta edito da Sem è il libro che mi ha fatto compagnia nel tranquillo weekend trascorso a casa tra giardinaggio, cucina e tanto tempo insieme ai miei figli.

Fredi e Tulio, i due protagonisti di questo romanzo, mi hanno fatto tenerezza e, raccontando le loro giornate, mi hanno permesso di conoscere le loro vite e quella del loro piccolo paese dove ormai non è rimasto quasi nessuno, le attività stanno chiudendo e il punto di riferimento per le poche anime che ci vivono è la chiesa.

Fredi è il sacrestano, Tulio è l’apprendista, ovvero la figura che lo aiuta a svolgere le azioni quotidiane che riguardano il luogo sacro dove si trovano tutti i giorni per verificare che ogni cosa sia in ordine. Tra chiacchiere in sacrestia, bevute di caffè alla vodka, riordino delle candele e preparazione dell’altare, questa coppia mi ha accompagnata pagina dopo pagina, tra ricordi, rimpianti, gioie e paure.

“Fredi lo ha lasciato a casa. Con questo tempo a maggio c’è un’umidità che ti slega le ossa. Se esce per servire all’altare è già abbastanza. Ha la sua età, Fredi. E poi lui dice che non riesce a coricarsi presto, e così la mattina gli pesa alzarsi. Tilio no, ché si sveglia alle cinque, e se rimane a letto le ossa a lui gli si slegano ancora di più. Per le candele, del resto, e i soldi e i libretti sui banchi Fredi non si preoccupa più. Ha capito che è preciso”

Questa coppia di personaggi indimenticabili, si confronta e si racconta, attraverso scambi di battute e confessioni reciproche. Anziani, con i loro acciacchi e il desiderio di non restare soli, questi due uomini dicono molte verità, ammettono i loro errori e mettono a nudo le loro esistenze. Diventano amici in un certo senso. Le loro considerazioni sono estremamente attuali, basti pensare alla frase: “Vedrai che se viene il clima globale che tutti dicono, le messe le fanno via internet, così ognuno sta a casa sua, sui ventun gradi fissi”

Tulio e Fredi apparentemente diversi e distanti hanno una visione simile del mondo che sta cambiando in peggio e delle difficoltà di vivere in un luogo dove è complicato fuggire alle malelingue e al pettegolezzo. Villalta sceglie di ambientare il suo romanzo nel nord est d’Italia, dove non c’è industria e tra gli abitanti c’è spesso ipocrisia e voglia di riscatto. Tulio ha sempre vissuto a contatto con quella realtà, Fredi è scappato altrove ma poi è tornato e ha deciso di fare il sagrestano per restare distaccato dalle relazioni sociali.

Un libro a tratti lento, ma a mio avviso mai noioso, che parla di realtà vissuta e che ti porta a rileggere alcune parti per apprezzarle a fondo. Gian Mario Villalta ha la capacità di scrivere frasi che vien voglia di sottolineare per farle proprie, come chicche di sapere che in realtà già conosciamo, ma che a volte serve ricordare.

I due protagonisti nei loro dialoghi sottolineano una grande verità, la letizia del cuore che è andata perduta si può ancora ritrovare perché attraverso la generosità e l’apertura all’altro si ci può solo arricchire e migliorare.

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