Intervista a Sacha Naspini per “Caffè d’autore”.
“Nives ” di Sacha Naspini

Ciao Sacha, benvenuto alla rubrica #caffedautore per una chiacchierata sul tuo ultimo romanzo: “Nives” edito da e/o.

Prima di cominciare a farti un po’ di domande ti chiedo come gradisci il caffè. Con o senza zucchero?

Senza. (C’è davvero un’altra opzione?)

1) La copertina del libro è splendida e ho letto una curiosità interessante al riguardo. Me ne parli?

È stato un incontro magico. Dopo il lavoro di redazione era il momento della domanda epocale: “E in copertina cosa ci mettiamo?”. Le possibilità più o meno oscene: un uovo, una gallina, un casolare eccetera. Una sera mi ritrovai a scorrere le immagini contenute in una chiavetta. C’erano scene di feste paesane, cortei medievali, balli d’autunno. Di colpo mi arriva addosso questa botta: lei, a sedici anni, con quella pienezza; uno sguardo scaraventato verso il domani da fare schifo; pronta, fiera. Lo penso d’istinto: “Nives!”. Un attimo dopo è in allegato. L’abbraccio degli editori. E poi lì, nella cornice del libro, sulla prova grafica. La corsa a capire chi fosse quella ragazza stupenda, trovarla, avere il suo benestare. (Ne approfitto: Tiziana Benocci e Gilberto Galloni dell’associazione Rocca Norsina: un fulmine.)

La Nives in copertina si chiama Maria Mangiavacchi. Al battesimo del libro c’era. Anzi, era la clausola per utilizzare l’immagine: il primo incontro doveva essere fatto a Roccatederighi. Abbiamo dovuto spodestare i giocatori di tressette della piazzetta per un’ora. È stato bello.

2) Dopo “Ossigeno”, “I Cariolanti”, “Le Case del malcontento” e tanti altri libri, come è nata l’idea di “Nives”?

L’incipit è arrivato nel gennaio/febbraio del 2018 (stava per uscire “Le Case del malcontento”). Le prime quattro-cinque pagine. “Nives” è fiorito in un momento difficilissimo, con tutta la sua grazia. Poi ha riposato per quasi due anni. Ci sono libri così, che si scrivono con il tempo, a pennellate quasi occasionali. E di colpo bussano, li prendi in mano e sono una cosa viva. L’immersione del primo lockdown è stata l’occasione per dargli (darmi?) il colpo di grazia.

3) Nives è una donna che rimane vedova e si ritrova tutta sola nel suo podere di Poggio Corbello. Per evitare di deprimersi e fare brutti sogni decide di affidarsi Giacomina, la sua gallina preferita. Come ti è venuto in mente di scegliere questo tipo di animale piuttosto che un cane o un gatto?

Un retaggio della tradizione, tra l’altro di carica familiare. Una volta la mia nonna mi raccontò che sua madre, per affrontare la lontananza dal marito partito per le sonde d’Africa, cominciò a tenere una gallina in casa, e poi sul comodino, nella gabbietta. Le parlava, “si raccontavano” tante cose. A mia nonna lo dichiarai, vedo l’attimo come se fosse ora: «Su questa cosa ci faccio un libo». Eccolo qui.

4) Giacomina viene coccolata e diventa per Nives una compagna indispensabile, con lei accanto arriva persino a non sentire la nostalgia del marito. Nel momento in cui comincia a stare male, imbambolata davanti alla tv, la reazione di Nives è estrema. Cosa provoca, in realtà, tanta paura e angoscia in lei?

Giacomina resta impallata davanti alla pubblicità di un detersivo (si sa, le galline sono  bestie sceme…). Per Nives è un colpo all’anima: teme di ripiombare nel limbo di insonnie e terrori notturni. La verità è questa: la chioccia non è altro che il precipitato silenzioso della vita della padrona. Vedendo un animaletto bloccato là, Nives vede se stessa. Giacomina è la copia carbone del tonfo muto che d’un tratto fotografa una donna di quasi settant’anni nei suoi panni. Con uno sfacelo di passato con cui fare i conti.

5) La telefonata al veterinario Loriano Bottai diventa il pretesto per un confronto con l’uomo che Nives ha amato in passato? Quanto è importante fare i conti con quest’ultimo?

“Nives” pone al centro della storia un tema preciso: il coraggio dell’amore. Cosa lasci, se lasci. Gli aspetti pratico-materiali che in vista dei settant’anni non producono più l’urgenza di un tempo… Anzi, ti mangi i gomiti dell’anima. Ti perdoni, nel caso, con enorme difficoltà. Quanto sei stato carnefice di te stesso; quanto ti sei fatto divorare senza muovere un dito. Nel corso della telefonata Nives cerca queste risposte. E altre che forse è meglio non dire.

6) L’atteggiamento di Nives e molto diverso rispetto a quello di Loriano; lei è rancorosa, arrabbiata; lui è passivo, disincantato, mediocre. Come mai hai scelto di dare una connotazione negativa alla figura maschile?

Loriano è un ometto del cazzo infognato in preconcetti e scelte “di sicurezza” del cazzo. Se l’è raccontata; se la racconta tutt’oggi, lì, attaccato al telefono, un giovedì sera qualunque. Non ha sguardi larghi, è ancora alle prese con il patetico tentativo di dirsi una storia, affermare un ruolo. Nives comincia piano, poi lo svernicia. Nel libro ho succhiato dal femminile che sento, che riesco ad esprimere. La telefonata è un braccio di ferro non tra generi, ma coraggi (in qualunque punto del mondo potrebbe capitare il contrario; anche adesso sta accadendo). Nives sa cosa ha perso, cosa la definisce. E all’improvviso lo vuole. Abbracciare le sconfitte cardinali può rappresentare una rinascita.

7) Un uomo e una donna vicini alla vecchiaia si trovano a tirare le somme di una vita in cui sembra non ci sia stato niente di speciale. C’è un motivo in particolate nella scelta di questa fase della vita?

Mi fa schifo la rappresentazione della “terza età” che va in voga in termini alimentari, non la sento vera. Vecchi straordinari che prendono e fanno un viaggio; nonne papere, nonni saggi. Mi piace la visione di persone corrotte, danneggiate, spinte al compromesso, perfino rassegnate. Loculi di carne tremula in cui fiammeggiano le pulsioni dei trent’anni. Sposare le invidie, i rancori e le rassegnazioni del vivere è un esercizio umano pieno di luce; un affanno che non ha niente a che fare con i toni consolatori. Sono belli gli anziani in fiamme, spodestati e pieni di vita. Alla ricerca di un posto nel mondo. Nives è così.

8) Mi sono piaciuti anche i personaggi secondari che a loro modo hanno arricchito questo romanzo breve. Ne hai uno in particolare a cui ti senti più legato?

Nel corso della telefonata sbucano fuori nomi, facce, situazioni. Accade come nella memoria di tutti: ogni tizio diventa una specie di simbolo – per età, individuazione, ipotesi, confronto… La Rosaltea di cui Nives e Loriano parlano è di sicuro un “membro” delle loro esistenze particolare: ragazzina di sedici anni che un giorno si è buttata dal campanile del paese in camicia da notte. Racconta tanti sommersi.

9) Nonostante il libro sia ambientato prevalentemente nelle abitazioni dei protagonisti, si sente l’amore per la tua terra e per la Maremma. È solo una mia impressione?

Un amore, una lama. In un’altra intervista recente ho riposto così:

La Maremma è un bestione inafferrabile, cattivo, incerto. È la mia Holt. La mia Knockemstiff. Il mio Maine. Territorio ingrato, di carisma provinciale, a tratti perfino repellente. Fatto d’ignoranza e fronti emotivi micidiali. Un West sempre da scoprire. Perché in ogni caso regnano dei tesori, là sotto. Li scopro spesso: sono definito in quel senso. Anch’io sono stato generato dalle acque marce. Dagli scogli dell’entroterra. Nei romanzi – specie quelli ambientati lì – la faccenda territoriale è un’occasione. Le “ricorrenze” umane offrono spunti meravigliosi a tanti livelli. Un binocolo da cui guardare il mondo e insieme percepire la dissonanza di certe corde universali. Quel che non mi appartiene è l’appiattimento, lo spirito acerbo, privo di complessità che a volte mi sembra di respirare. Il modo “tarallucci e vino” o la chiusura con cui viene letta la contemporaneità. La Maremma è bella perché è bella. Un posto dell’anima feroce; ne approfitta subito se abbassi la guardia. E ti mangia. Per chi ha a che fare con roba di pulsione creativa è oro allo stato puro.

10) Grazie Sacha, aspetto con impazienza il tuo prossimo romanzo! Novità in questo senso?

Se va tutto bene arriva a giugno. È ambientato a Roma. Storia, scenario emotivo e voce del tutto diversi. Parla di un doppiatore. Vediamo che succede.

11) Altri progetti?

Rubo ancora dall’intervita di cui sopra:

“Nives” esordirà in Inghilterra il 20 aprile. Un mese dopo sarà la volta di “Ossigeno” negli Stati Uniti, Canada, Australia… È nell’aria la trasposizione di un mio racconto lungo, “Il canile”, per una graphic novel – su questo canale non è escluso un altro adattamento per “Cento per cento”. Intanto continua lo sviluppo della serie tv per “Le Case del malcontento”, che ha dovuto e dovrà tenere conto della pandemia. Sul fronte romanzi ne ho consegnato uno nuovo, il titolo di lavoro è “La voce di Robert Wright” – niente Maremma stavolta; taglio del tutto contemporaneo. Poi ci sarebbero delle novità per “Nives” pensata sul grande schermo, ma è ancora troppo presto per parlarne.

Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976. Collabora come editor e art director con diverse realtà editoriali. È autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo L’ingrato (2006), I sassi (2007), I Cariolanti (2009), Le nostre assenze (2012), Il gran diavolo (2014), Le Case del malcontento (2018) e Ossigeno (2019). È tradotto in vari Paesi. Scrive per il cinema.

Questo articolo ha 2 commenti.

  1. MICHELA

    TRA I LIBRI DA LEGGERE!!!

  2. Teresita

    Un libro bellissimo. Una telefonata, che racconta tutta una vita

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