Sinossi:

Cristina Martino ha ventotto anni, è laureata in Archeologia e lavora, precaria, in una biblioteca di dipartimento all’università di Torino. Ha una vita piuttosto monotona, una famiglia ordinaria, nessun trauma. Ha avuto qualche relazione di breve durata – una, in particolare, che le è rimasta dentro con una forma di dolenza irrisolta – ha un flirt con Daniele, conosciuto da poco, e un’amica, Silvia, che sembra il suo opposto; ogni cosa in lei tende all’evasione dalla norma, al rumore, all’eccesso di vita. Una sera, presa da un impulso, Cristina decide di eliminare i suoi profili social. Un gesto senza motivazione apparente, non insolito, di certo non rivoluzionario: eppure, questa sarà la prima tappa del suo percorso verso il silenzio, perché, gradualmente, Cristina smette di comunicare. Pur continuando la sua vita quotidiana, smette di parlare alle persone in biblioteca, a sua sorella, ai suoi genitori, smette di parlare a Silvia, persino a Daniele. Mantiene dapprima un contatto minimo, attraverso biglietti e messaggi essenziali e, infine, elimina anche quello. Cristina scivola sempre più in una forma di rarefazione, di invisibilità fisica, in cui il silenzio diventa la scelta di una sparizione dal mondo. Quando un articolo sulla sua storia diventa virale, in tanti cominciano a emularla, attribuendo al suo silenzio significati universali e necessari, mentre nessuno sembra più sapere dove Cristina si trovi davvero, e se tornerà.

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Come si può raccontare il silenzio? Francesca Manfredi prova a rispondere a questa domanda con il suo nuovo romanzo: “Il periodo del silenzio” edito da La Nave di Teseo , un libro destabilizzante e dirompente, molto attuale che porta a riflessioni profonde sul vuoto comunicativo della società moderna.

Cristina, la protagonista, decide di smettere di parlare. La sua scelta non è dettata dall’impulso, ma da un piano preciso al quale ha pensato con cura da tempo. Cristina prima si cancella dai profili social e questo è il suo primo gesto di distacco da ciò che la infastidisce:

Decisi di tagliare le comunicazioni una sera di settembre attorno alle undici. Sul momento fu una cosa banale. Non è così che iniziano tutte le cose importanti?… Mi sedetti sul letto e presi a scorrere il feed di Instagram …Premetti il tasto HOME una volta e poi di nuovo, a lungo le icone delle app iniziarono a tremare. Selezionai quella da cui ero appena uscita… Selezionai Elimina app… Spensi il telefono e mi misi a letto.”

Più passa il tempo e meno Cristina sente la mancanza di Instagram, Facebook, Tik Tok etc. Per lei è un sollievo non dover più leggere futilità e stupidaggini e le sembra di aver maggiore spazio da dedicare ad altro. L’unica forma di socialità che mantiene è il mercanteggio. Le piace riempire il suo carrello virtuale dei vari siti web per poi svuotarlo, in parte come passatempo in parte per non sentirsi completamente sola. In più per lei non è semplice abituarsi all’idea che il mondo possa andare avanti senza la sua presenza.

Durante la lettura del romanzo viene da chiedersi cosa porta Cristina ad isolarsi e ad interrompere i rapporti con chi la circonda, ma è complesso trovare una sola risposta.

Lei studia archeologia, una materia legata al fascino del passato e della ricerca, tuttavia si ritrova a lavorare precaria in una biblioteca, con un’esistenza monotona, ripetitiva e il suo modo per rispondere al vuoto che la circonda è quello di scomparire.

“Il nuovo lavoro era effettivamente un sogno. Niente di più noioso e ripetitivo, ma mi permetteva di non pensare. Soprattutto, mi concedeva il lusso di non rivolgere parola ad anima viva per quasi otto ore consecutive, fatta eccezione per la pausa pranzo, in cui qualche sillaba almeno mi toccava”.

Non c’è una narrazione basata sul trauma, ma semplicemente una serie di circostanze e la costante necessità di non darsi “in pasto agli altri”.

Cristina cerca l’anonimato e non ha nessuno che la aiuta quindi la sua destabilizzazione diventa sempre più forte, la depressione e la volontà di diventare invisibile si palesa ogni giorno di più.

Quando la sua vicenda è resa pubblica da una studentessa che pubblica un articolo sul suo caso, improvvisamente Cristina si trova al centro dell’attenzione e con persone che cercano d’emularla. In pratica si trova coinvolta in ciò da cui sta fuggendo: la visibilità e l’essere sotto i riflettori dell’opinione pubblica.

“La ragazza del questionario non aveva tenuto fede al suo patto. Ma non ce l’avevo con lei: nemmeno io avevo tenuto fede al mio. Cercavo di perdonarmi facendomi giornalmente del male… Camminavo, bevevo acqua e cercavo di ritrovare il vuoto che avevo perduto”.

In una Torino che fa da sfondo, la giovane donna vive un dramma e un dolore profondo fino a quando la sorella si rende conto della situazione disperata e le tende una mano.

“Il periodo del silenzio” è un romanzo particolare, nel quale il silenzio si mescola a tanti linguaggi differenti, passando da quello dei social a quello dei film e infine a quello del dialogo quotidiano tra persone che devono comunicare.

Il rifiuto di Cristina di quest’ultimo diventa paradossalmente un grido di disperazione verso l’incomunicabilità che è sempre più evidente nel presente.

Partendo in parte dalla sua esperienza personale, l’autrice Francesca Manfredi dà forma compiuta dopo anni di ricerca e sofferta scrittura a un romanzo che pur nella sua durezza esalta la bellezza delle parole veritiere ed essenziali e in una comunicazione autentica e non forzata.

Consigliato a coloro che credono alla necessità di farsi ascoltare dagli altri senza alzare la voce, bensì abbassandola.

Francesca Manfredi Si è laureata al DAMS dell’Università degli Studi di Torino, e poi diplomata alla Scuola Holden, fondata nel 1994 da Alessandro Baricco. Nel 2015 è stata tra gli autori della serie teatrale 6Bianca, realizzata dal Teatro Stabile di Torino. Tiene corsi di narrazione alla Scuola Holden di Torino. È rappresentata da Andrew Wylie, un famoso agente letterario statunitense, che ha conosciuto in occasione di una lezione da lui tenuta presso la Scuola Holden. Alcuni suoi lavori sono stati pubblicati su Linus e sul Corriere della Sera. Afferma di essere stata influenzata dal minimalismo di Raymond Carver. La sua prima raccolta di racconti Un buon posto dove stare ha vinto il Premio Campiello nella sezione Opera Prima 2017. Nel 2019 pubblica il suo primo romanzoL’impero della polvere, edito da La nave di Teseo.

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Questo articolo ha 3 commenti

  1. Valentina

    Mi hai incuriosita con questa recensione, ormai in un mondo dove fa strano non avere social sembra veramente che ci si esclude da tutto ciò che ci circonda…lo metto in lista. Grazie Giorgia

    1. Giorgia

      Grazie Valentina per il commento e condivido con te il fatto che ci sembri strano non usare i social di questi tempi. Un pò di detox però non guasta:-)

  2. Michela

    Ottimo consiglio di lettura!!

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